Pane quotidiano

Quante cose sono successe dall’ultima volta che ho scritto un articolo di questo blog. Non vi starò ad annoiare con le mie vicende, perché non mi sembra il caso. Scriverò invece di eventi storici che in questi giorni hanno solleticato la mia voglia di scrivere perché, anche se indirettamente, ho avuto modo di osservarli attraverso le piazze della mia città.
A seguito dell’omicidio di tre ragazzi israeliani, crimine su cui ancora non s’è fatta chiarezza, un’ondata di violenza ha investito la Palestina. Così, giusto per far capire il valore della vita umana secondo l’ “unica democrazia medio-orientale”. A Bologna la mobilitazione per l’escalation di violenze ha visto coinvolti diversi gruppi di solidarietà col popolo palestinese. Invito tutti a non limitarsi ad una informazione di facciata come quella di repubblicapuntoit, ed a pensare che per gli israeliani la quotidianità è fatta di odio viscerale e paranoia sull’accerchiamento, perpetuati anno dopo anno. La quotidianità dei palestinesi è fatta invece di violenze elargite da quello che si autodefinisce “l’esercito più morale del mondo”. Figurarsi se invece fosse stato il covo dei peggio figli di puttana del mondo: grezie.
Sempre a Bologna, il festival dedicato all’Eritrea incassa lo sdegno di chi, di fronte ad una nazione che finge di piangere i morti di Lampedusa dandogli la cittadinanza onoraria (basta che siano morti!) ricorda che in Eritrea c’è una dittatura, che l’Italia è complice di Isaiaf Afewerki, dittatore ormai da ventun anni, e che non esiste nessuna forma di libertà nella nostra ex colonia. Un esempio? Il servizio di leva per i giovani è a tempo indeterminato, decide l’esercito quando scaricarti. Erano in tanti a protestare in questi giorni nella città dove vivo. Erano in tanti ad interrogarsi sul filo che unisce l’Italia all’Eritrea, sul passato coloniale, sull’importanza della libertà. “I giovani eritrei non fuggono dalla miseria”, dicevano oggi in piazza Maggiore quelli che sono sopravvissuti al viaggio della speranza, “fuggono dalla disperazione”. Sono rimasto colpito da questa immagine. Migliaia di giovani che scappano da un sistema crudele. La quotidianità fatta di oppressione e violenza.
Ho pensato a chi spezza il pane a tavola in una simile condizione. Il pane injera non si spezza come il nostro pane, ma si usa come piatto ed anche cucchiaio per il cibo che vi viene versato sopra. La sua preparazione è relativamente semplice. In questa versione non classica useremo due tipi di farine facilmente reperibili.

Ingredienti: 150 gr di farina integrale, 100 gr di farina di mais, 100 gr di farina di manitoba, 250 ml di acqua tiepida, una bustina di lievito di birra secco, mezzo cucchiaino di zucchero, la punta di un cucchiaino di bicarbonato di sodio, 150 ml di acqua bollente.
Impastate le farine, l’acqua tiepida, lo zucchero ed il lievito fino ad ottenere una pasta omogenea, e lasciatela a riposare due giorni in una ciotola coperta con pellicola. Dopo due giorni, aggiungete 150 ml di acqua bollente e il bicarbonato, mescolando con una frusta o una spatola o un mestolo o quel che volete. Dopo circa un’ora il vostro composto sarà pronto per essere cotto in una padella antiaderente: non cuocetene troppo alla volta, il risultato deve essere simile a dei pancake sottili o a delle crepes un po’ grossolane. Quando iniziate a vedere comparire le bolle nel vostro pane in cottura, coprite con il coperchio la padella e lasciate cuocere ancora due minuti, e terminate la cottura. Ottimo per mangiare stufati ed insalate.

Il miglior augurio che sento di fare oggi è questo: possa il pane andare sempre di traverso agli oppressori.

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