Il Tofu e l’Antropologo

Fondamentalmente convivo con l’idea che l’antropologo, figura in cui teoricamente mi dovrei specchiare, sia il cugino sfigato di Indiana Jones. E guai al primo che osa dire che ne “I Predatori dell’Arca Perduta” Indiana Jones non fa una cippa e che il film si evolve da sé!

Oggi, dopo aver conosciuto un po’ di archeologi, anche la mia concezione del loro mestiere che ho idolatrato per un’infanzia e mezza, è stata ridimensionata. Per carità, tutti tipi avventurosi, non c’è che dire, viaggiano, studiano, brigano un sacco, ma da scavare un appezzamento di terra nella speranza di trovare delle pietre più quadrate del solito (scoprendo anche una nuova civiltà) a prendere a pizze in faccia i nazi, scusate ma ce ne passa, grezie. Io rispetto tantissimo il lavoro degli archeologi. Anzi, lo dico pubblicamente, sono pentito di aver preso antropologia e di non aver inseguito i miei sogni di bambino che con una Colt a freccette a ventosa e un pezzo di corda a mo’ di frusta sfrangiavo gli zebedei del circondario ripetendo ossessivamente il pezzo centrale di “the raiders march” di John Williams agitando le mie armi ed in qualche modo reputando ciò un’attività da professore universitario. C’avevo pure i libri de “il giovane Indiana Jones” a confondermi le idee sul mestiere di scavatore di tombe. E non parliamo di Lara Croft in Tomb Raider: quante aspettative sull’archeologia! Inoltre, la mole di studiosi che venivano in Sardegna a scavare mi aveva convinto che il sottosuolo di casa brulicasse di cunicoli misteriosi che conducevano a tesori nascosti, more poppute e scazzottate in cui vince il buono (per cui avevo la possibilità di uscirne bene).

Comunque, pazienza. Sono il cugino di Indiana Jones. Chiamatemi pure Barbagia Jones. Vi spiegherò affascinanti teorie per cui è successo questo anziché quello in un gruppo di umani organizzati tra loro tramite una cultura.

Ad esempio, come si è arrivati al tofu?

Leo Ortolani ci fornisce una interessante visione della faccenda parlando della “Donna Filosofale”, un quasi nemico del personaggio del fumetto “Ratman” (che se non sapete chi è Ratman mi dovete portare la giustificazione scritta, tipo che eravate in coma o che nella giungla dove vi siete rifugiati non arrivano i giornalai). La Donna Filosofale, mangiatrice di uomini e di tofu, è un tipo di personaggio che riassume in sé ciò che è sbagliato nei rapporti umani, specchio di un mondo corrotto, capitalista e frivolo. ‘Na stronza che se la tira in una maniera che anche no, guarda. Essa rifiuta la carne perché prodotta con la sofferenza animale, e quindi non adatta a lei. Invece, stando al resoconto di Ratman, il tofu viene caricato tremante su dei camion, stipato in modo da non potersi neanche sedere per tutto il tragitto fino al mattatoio dove viene ucciso con le mazze prese in prestito dai cacciatori di cuccioli di foca artica.

Straziante.

In realtà il tofu è prodotto dalla soia, la quale viene macinata o frullata assieme all’acqua, portata ad ebollizione, filtrata varie volte e, modernamente, lavorata con un prodotto chiamato nigari (cloruro di magnesio) che ne assicura la solidificazione e garantendo il suo utilizzo nell’industria alimentare.

“Ma il tofu non sa di un cazzo niente” potrebbe obbiettare qualcuno. Perché invece il gusto travolgente della mozzarella è il suo punto di forza, oppure lo è la sua delicatezza sul palato, la consistenza ed il suo utilizzo in sinergia con altri ingredienti? Idem per il tofu. Può mitigare sapori forti, può essere frullato insieme ad altri preparati, ma soprattutto è una fonte proteica. E potete friggerlo, potete farne dolci, potete metterlo nell’insalata o nella pasta o nell’insalata di pasta, potete farne creme dolci o salate, potete salarlo, metterlo in una zuppa e potete pure tirarlo addosso alla gente senza troppi danni: si lava via facile facile.

Comunque, non si sa con certezza quando sia nato il tofu: si stima che sia comparso tra 22 e 18 secoli fa, probabilmente mentre si lavoravano delle fave di soia con sale marino impuro la cui presenza di calcio e magnesio avrebbe potuto attivare un processo di attivazione del caglio vegetale. Al che probabilmente qualcuno avrà detto “Di nuovo? Sai che c’è, lo assaggio, al massimo lo metto nel minestrone che fa massa!”.

E buon appetito.

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